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di Beatrice Silenzi

Nell’inverno del 1604, esattamente 422 anni fa, negli Atti del Consiglio della città di Padova veniva protocollato un documento destinato a rimanere sepolto per secoli negli archivi.
Oggi quel manoscritto riemerge come una testimonianza sorprendente di innovazione tecnica, economia alimentare e storia sociale: si tratta di una “supplica ufficiale” – un vero e proprio brevetto ante litteram – per una macchina destinata alla produzione dei bigoli e di altri formati di pasta.

L’autore è Bortolamio Veronese, detto “l’Abbondanza”, che si presenta alle autorità cittadine con una richiesta precisa e ambiziosa.
In una Padova segnata da una “grande penuria de bigoli, menudelli, lasagne et macaroni”, Veronese propone una soluzione concreta: un torchio in legno di forma cilindrica, azionato da leva o manubrio, capace di comprimere l’impasto e di estruderlo attraverso trafile a fori larghi.

Un dispositivo semplice nella concezione, ma rivoluzionario nelle implicazioni.
Il documento descrive con chiarezza non solo l’invenzione, ma anche la volontà di inserirla in una logica di mercato strutturata. Veronese chiede infatti un privilegio quinquennale che gli garantisca l’uso esclusivo del suo “edifficio utilissimo”, vietandone la riproduzione ad altri e prevedendo sanzioni severe per i trasgressori.
Le multe, significativamente, sarebbero state destinate in parte all’ospedale del lazzaretto e in parte alle istituzioni di assistenza ai poveri, rivelando una visione che intreccia profitto, controllo pubblico e utilità sociale.

La scoperta di questo manoscritto si deve a Paolo Caratossidis, presidente dell’Associazione Cultura & Cucina, che si è imbattuto nel documento durante una ricerca sull’origine dei bigoli. «Quello che pensavo fosse un semplice riscontro storico – ha spiegato – si è trasformato in un’indagine molto più ampia, capace di restituire una narrazione stratificata, ricca di implicazioni culturali, economiche e simboliche».

Il valore del documento va infatti ben oltre la storia di un formato di pasta. Si tratta di una fonte che illumina una fase cruciale di transizione: il passaggio dalla produzione domestica o artigianale a una forma proto-industriale dell’alimentazione. In questo senso, il “torcio bigolaro” può essere letto come uno dei primi esempi di meccanizzazione applicata alla produzione del cibo, anticipando logiche che diventeranno centrali nei secoli successivi.

Il contesto storico rende il ritrovamento ancora più significativo. All’inizio del Seicento Padova è uno dei principali centri europei del sapere, parte integrante della Repubblica di Venezia e snodo fondamentale di commerci, idee e innovazioni. Sono gli anni in cui Galileo Galilei insegna all’Università (1592-1610), contribuendo a diffondere una nuova attenzione per la meccanica applicata, la sperimentazione tecnica e l’uso razionale delle macchine.

In questo clima, l’invenzione di Veronese non appare come un fatto isolato, ma come parte di una più ampia “rivoluzione silenziosa”: quella che trasforma il modo di produrre, organizzare e distribuire beni essenziali come il cibo. Una rivoluzione che non passa dai campi di battaglia o dai palazzi del potere, ma dalla quotidianità, dal lavoro, dall’ingegno applicato ai bisogni collettivi.

Il manoscritto appena riscoperto apre così una finestra preziosa sulla storia dell’Italia preindustriale, mostrando come dietro un piatto di bigoli si nasconda un intreccio di tecnica, economia, diritto e cultura. Una storia minore solo in apparenza.