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di Beatrice Silenzi

L’immagine che spesso accompagna la nostra idea di Pasqua è quella di un guscio che si rompe ed è potente perché suggerisce che la vita, per manifestarsi pienamente, debba necessariamente forzare un limite, che è diventato troppo stretto.
Per guardare alla Pasqua in modo non banale, dobbiamo smettere di considerarla solo come una ricorrenza o un dogma religioso e iniziare a percepirla come la capacità, tutta umana e divina, di trasformazione. 

La parola “Pasqua” porta con sé il peso e la bellezza del termine Pesach, il passaggio. Tuttavia, nell’accezione comune, tendiamo a concentrarci sulla meta dimenticando lo statuto ontologico del “mentre”, del passaggio che non è un salto istantaneo, è un attraversamento.

Riflettere sulla Pasqua oggi significa farlo sulla nostra capacità di abitare le transizioni in un mondo che ci vuole sempre definiti, performanti e la Pasqua ricorda che la vera vita accade nel movimento da una condizione all’altra. È il momento in cui l’inverno non è ancora del tutto finito, ma la primavera ha già deciso di accadere.

È, in ultima analisi, l’elogio del divenire.
Uno degli aspetti più raffinati della simbologia pasquale è la persistenza dei segni. Nelle narrazioni della risurrezione, il corpo che torna alla vita porta su di sé i segni di ciò che ha attraversato e questo è un punto cruciale per una riflessione nuova: la Pasqua non è un colpo di spugna sul passato. Non è l’oblio.

Al contrario, insegna che la rinascita non consiste nel tornare integri, ma nel diventare “nuovi” e la novità è la capacità di far brillare i graffi ricevuti di una luce diversa. È ciò che l’estetica giapponese del Kintsugi insegna nel riparare le ceramiche rotte con l’oro: la crepa non è un difetto, ma il segno in cui la storia dell’oggetto si fa preziosa.

Dunque una Pasqua non banale è quella che ci permette di guardare alle nostre ferite come a feritoie attraverso cui guardare il mondo con più empatia e profondità.
Viviamo nell’epoca dell’istantaneità. Vogliamo tutto e subito: il successo senza lo sforzo, la guarigione senza la convalescenza, eppure la Pasqua è preceduta dal silenzio del Sabato Santo, un tempo sospeso, apparentemente vuoto in cui accade in realtà il lavoro più importante: l’attesa.

È la pazienza del seme sotto la terra, un approccio che sottrae l’uomo alla frenesia del consumo emotivo e lo restituisce alla pazienza della crescita. Celebrare la Pasqua significa allora celebrare la capacità di aspettare che la vita faccia il suo corso, senza forzarla, con la fiducia che il buio sia la condizione necessaria affinché la luce possa essere percepita.

C’è poi la dimensione della tavola, della convivialità, per cui la festa è un invito a ricucire le relazioni, in un momento di frammentazione sociale, dove l’altro è spesso percepito come un concorrente o un estraneo.
Il gesto di “spezzare il pane” è l’esatto opposto del “fare barriere”: significa riconoscere che siamo tutti bisognosi della stessa sostanza e che la gioia, per essere tale, deve essere condivisa.
La Pasqua diventa così quasi una provocazione sociale. È possibile vedere nel volto di chi abbiamo accanto un compagno di questo passaggio comune?

E più importante. Non serve essere credenti per sentire l’urgenza di questo messaggio. Basta restare umani. Tutti noi abbiamo bisogno di credere che la pietra davanti al nostro personale sepolcro (che possiamo chiamare solitudine, fallimento, malattia o paura) possa essere rimossa. Nessuna pietra è così pesante da non poter essere rotolata via.
È la possibilità di guardare l’alba dentro l’imbrunire.