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di Beatrice Silenzi

Più di un film, un simbolo, una icona che emerse dalle acque per terrorizzare il mondo.
Ci sono film che intrattengono, film che fanno riflettere e poi ci sono film che cambiano le regole del gioco.
Lo Squalo (Jaws), uscito nel 1975, cinquant’anni fa, appartiene senza dubbio a quest’ultima categoria.

Diretto da un giovane e allora semi-sconosciuto Steven Spielberg, questo thriller mozzafiato non solo ha ridefinito il concetto di blockbuster estivo, ma ha anche instillato una paura primordiale e collettiva per le acque profonde in un’intera generazione.

Ancora oggi basta sentire due note in crescendo – “da-dum, da-dum” – per provare un brivido lungo la schiena. Ma cosa rende Lo Squalo un capolavoro intramontabile?
La storia dietro le quinte di Lo Squalo è quasi leggendaria quanto il film stesso.
La produzione fu un disastro: il budget lievitò, le riprese si protrassero per mesi e, soprattutto, lo squalo meccanico (soprannominato affettuosamente “Bruce” dalla troupe, in onore dell’avvocato di Spielberg) non funzionava quasi mai. Affondava, si guastava, sembrava finto.

Quello che avrebbe potuto essere un fallimento colossale si trasformò, nelle mani di un genio, in un colpo di fortuna.
Costretto a girare intorno al suo “mostro” inaffidabile, Spielberg prese una decisione che avrebbe definito il film: suggerire la minaccia invece di mostrarla.

Utilizzando la soggettiva dello squalo, le pinne che affiorano, i barili gialli trascinati sott’acqua e, naturalmente, l’ipnotica colonna sonora di John Williams, il regista creò una tensione insostenibile.
Lo squalo divenne una presenza invisibile e onnipotente. La nostra paura non era per ciò che vedevamo, ma per ciò che non vedevamo, scatenando il potere più grande di tutti: l’immaginazione dello spettatore.

Al di là del terrore puro, il cuore pulsante del film è l’incredibile alchimia tra i suoi tre protagonisti, archetipi maschili in rotta di collisione.
Martin Brody (Roy Scheider): capo della polizia, è un uomo di città terrorizzato dall’acqua, che rappresenta la legge, la famiglia e la normalità gettata nel caos. È l’eroe riluttante, l’uomo comune con cui tutti possiamo identificarci.

Matt Hooper (Richard Dreyfuss): giovane e arrogante oceanografo, è simbolo della scienza, della ragione e della modernità. È affascinato dalla creatura che vuole studiare, ma ne comprende anche il pericolo letale.

Quint (Robert Shaw): rude e ossessionato cacciatore di squali, è un uomo forgiato dal mare e dai suoi traumi. Rappresenta l’istinto primordiale, la lotta dell’uomo contro una natura spietata. Il suo monologo sulla USS Indianapolis è uno dei momenti più alti della storia del cinema, una pausa agghiacciante che dona profondità e un’anima tragica al suo personaggio.

Il conflitto e la successiva alleanza di questi tre uomini a bordo della barca “Orca” trasformano un film di mostri in un potente dramma umano sulla sopravvivenza, l’ossessione e il coraggio.

È impossibile parlare di Lo Squalo senza celebrare la colonna sonora di John Williams.
Quel semplice tema di due note è diventato sinonimo universale di pericolo imminente.
Non è solo musica di sottofondo: è un personaggio a tutti gli effetti.

È il battito cardiaco dello squalo, il suo respiro, il suo avvicinarsi inesorabile. Williams vinse un Oscar per questa partitura, e a ragione: la sua musica è l’arma segreta che permette al film di funzionare anche quando lo squalo non è sullo schermo.

Lo Squalo fu un successo senza precedenti. Fu il primo film a superare i 100 milioni di dollari al botteghino statunitense, inaugurando l’era del “blockbuster estivo”. Hollywood capì che distribuire un film ad alto budget e ad alto impatto durante l’estate, supportato da una massiccia campagna di marketing, poteva generare profitti astronomici. Il modello che domina l’industria ancora oggi è nato lì, sulle spiagge dell’isola di Amity.

Tuttavia, il film ha avuto anche un’eredità più oscura. Ha demonizzato gli squali, trasformandoli nell’immaginario collettivo in macchine assassine assetate di sangue. Questo ha contribuito, purtroppo, a una caccia indiscriminata che ha messo a rischio molte specie.
È l’involontario effetto collaterale di un’opera di finzione così potente da plasmare la realtà.