A sei anni di distanza dall’inizio del Covid e a cinque da un titolo che oggi appare quasi profetico, torna al centro dell’attenzione internazionale un nome che fino a poco tempo fa era noto soprattutto agli specialisti di epidemiologia: Hantavirus.
Nel maggio 2021 l’organizzazione GAVI – The Vaccine Alliance, attraverso la piattaforma informativa Vaccines Work, pubblicava un approfondimento dal titolo provocatorio: “La prossima pandemia sarà l’Hantavirus?”. Un interrogativo che allora sembrava appartenere più al terreno della prevenzione teorica che a quello dell’attualità sanitaria, ma che oggi torna improvvisamente nei titoli dei giornali dopo un focolaio verificatosi a bordo di una nave da crociera nell’Atlantico.
L’Hantavirus è una famiglia di virus trasmessi principalmente dai roditori infetti.
Il contagio può avvenire attraverso l’inalazione di particelle provenienti da urine, saliva o feci degli animali portatori, ma anche tramite contatto diretto.
A differenza di altri patogeni che negli ultimi anni hanno monopolizzato il dibattito pubblico, l’Hantavirus non presenta però, almeno allo stato attuale, una significativa capacità di trasmissione tra esseri umani ed è proprio questo elemento che continua a spingere le principali autorità sanitarie mondiali a escludere scenari pandemici imminenti.
Nel dossier pubblicato nel 2021, GAVI distingueva chiaramente due grandi categorie di Hantavirus: i ceppi diffusi in Europa e Asia sono associati soprattutto a forme che colpiscono i reni, provocando febbri emorragiche con sindrome renale.
Nelle Americhe, invece, prevalgono varianti più aggressive sul piano respiratorio, capaci di generare una sindrome polmonare potenzialmente letale.
Secondo le stime riportate allora, i casi globali sarebbero stati circa 200mila all’anno, con tassi di mortalità molto differenti.
L’organizzazione internazionale evidenziava inoltre alcuni aspetti che ancora oggi preoccupano gli epidemiologi: il lungo periodo di incubazione, che può arrivare fino a quattro settimane, e la possibilità di mutazioni virali.
Tuttavia, la stessa analisi concludeva che il rischio di una pandemia globale fosse relativamente basso proprio a causa della scarsa trasmissibilità interumana.
Più che l’allarme, il messaggio centrale era quello della preparazione: rafforzare la sorveglianza genomica, migliorare il controllo dei roditori e predisporre protocolli sanitari adeguati nelle aree considerate più esposte.
La storia dell’Hantavirus non è nuova.
Il virus venne isolato ufficialmente negli anni Settanta lungo il fiume Hantaan, in Corea del Sud, da cui deriva il nome.
Tuttavia, retrospettivamente, gli studiosi ritengono che agenti simili circolassero già da tempo in varie regioni del mondo.
Negli Stati Uniti l’Hantavirus entrò nella cronaca internazionale nel 1993, quando un misterioso focolaio colpì alcune comunità nel sud-ovest del Paese provocando numerosi decessi legati a insufficienza respiratoria acuta. Da allora il virus è diventato endemico in diverse aree geografiche, pur restando confinato a episodi sporadici e limitati.
A riaccendere i riflettori internazionali è stato nelle ultime ore il caso della nave da crociera MV Hondius, partita dall’Argentina e successivamente isolata nell’Atlantico nei pressi di Capo Verde.
Secondo quanto riferito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra il 4 e l’8 maggio sarebbero stati registrati otto casi sospetti di Hantavirus, non tutti ancora confermati ufficialmente.
Tre persone sarebbero decedute, mentre un passeggero si troverebbe ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica. Gli altri casi avrebbero manifestato sintomi lievi.
Le autorità sanitarie internazionali stanno cercando di ricostruire l’origine del contagio e verificare eventuali contatti con roditori infetti durante le tappe precedenti della crociera. La situazione, almeno per il momento, è circoscritta.
Eppure, come spesso accade dopo emergenze sanitarie globali, basta il riaffacciarsi di un virus poco conosciuto per riattivare immediatamente paure collettive, discussioni mediatiche e dibattiti politici.
In Italia, ad esempio, il ritorno dell’Hantavirus ha riportato in primo piano le cosiddette “virostar”, figure ormai diventate familiari al pubblico dopo gli anni della pandemia di Covid-19.
Tra queste l’infettivologo Matteo Bassetti, che ha espresso preoccupazione per il clima di disattenzione generale, criticando il fatto che nel dibattito pubblico italiano trovino maggiore spazio temi di cronaca e polemiche televisive piuttosto che questioni sanitarie internazionali potenzialmente rilevanti.
Il punto, però, resta un altro.
Al di là dei toni allarmistici o delle inevitabili amplificazioni mediatiche, l’Hantavirus rappresenta oggi soprattutto un promemoria: il rapporto tra uomo, ambiente e salute globale è troppo fragile. Le zoonosi – malattie “trasmesse” dagli animali all’uomo, posto che stiano davvero così le cose – continueranno a rappresentare una delle grandi discussioni del XXI secolo.
Ma quando parlare di monitoraggio scientifico o di sensazionalismo mediatico?

















