Avete mai provato a spiarvi allo specchio cercando di vedere, con un movimento rapidissimo del collo, cosa accade esattamente alle vostre spalle nell’attimo in cui non state guardando?
È un esercizio frustrante, quasi comico, che ci ricorda quanto siamo biologicamente limitati: condannati a procedere in avanti con gli occhi fissi sul futuro, mentre il passato sfuma alle nostre schiene come la scia di una barca.
Eppure, nel pantheon dell’antica Roma, c’era qualcuno che non aveva di questi problemi. Qualcuno che poteva permettersi il lusso di non voltarsi mai, perché la sua nuca era, molto semplicemente, un’altra faccia.
Stiamo parlando di Giano, il dio bifronte, la divinità più enigmatica, affascinante e profondamente “italica” del mondo antico.
A differenza di quasi tutti gli altri dei romani, Giano non ha un corrispondente nella mitologia greca; non è un prestito culturale, ma un’invenzione autoctona, nata dal bisogno ancestrale di dare un volto (anzi, due) al concetto stesso di passaggio.
Gennaio, il mese in cui ci troviamo, deve il suo nome proprio a lui: Ianuarius. Non è un caso che il primo mese dell’anno sia dedicato al custode delle soglie. Gennaio è la “porta” dell’anno, il momento in cui l’inverno sembra immobile eppure tutto comincia a muoversi sotto la terra gelata. In latino, la porta si chiama ianua, e Giano è colui che ne tiene le chiavi.
È il dio dell’inizio, ma non di un inizio qualsiasi: è il dio del momento esatto in cui una cosa finisce e un’altra comincia. È l’istante del “clic” della serratura.
Il mito ci racconta di un Giano che fu re del Lazio, un sovrano saggio che portò la civiltà, l’agricoltura e le leggi.
Ma la sua natura divina va ben oltre la regalità terrena. Rappresenta la dualità che governa il mondo: pace e guerra, interno ed esterno, passato e futuro. Se lo guardiamo bene, attraverso i secoli, Giano ci appare quasi come un filosofo muto.
Con una faccia osserva ciò che è stato – i fallimenti, le gioie, le rughe del tempo che abbiamo lasciato alle spalle – e con l’altra scruta l’ignoto, il territorio vergine dei mesi che verranno.
Le tradizioni legate a Giano e a gennaio sono sopravvissute con una tenacia sorprendente, trasformandosi ma rimanendo fedeli nel nucleo.
Gli antichi Romani, alle calende di gennaio, usavano scambiarsi doni chiamati strenae (da cui le nostre strenne natalizie), come datteri, fichi e miele, affinché l’anno fosse dolce.
Ma soprattutto, offrivano a Giano una focaccia di farro chiamata ianual: un gesto rituale per propiziarsi il “portinaio dell’universo”.
Oggi, anche se non sacrifichiamo più focacce sull’altare, il rito di Giano si ripete in ogni nostra lista di buoni propositi. Quando, tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, ci fermiamo a tirare le somme dell’anno trascorso e programmiamo i cambiamenti per quello nuovo, stiamo compiendo un atto puramente gianico. Siamo noi stessi le due facce del dio: una metà malinconica che guarda ai ricordi, una metà ansiosa o speranzosa che guarda alle possibilità.
Ma c’è un dettaglio iconografico che spesso dimentichiamo: Giano veniva spesso raffigurato con una chiave nella mano destra e un bastone nella sinistra.
Non è lì solo per guardare, è lì per agire. La chiave serve per aprire le porte del nuovo ciclo solare, il bastone per guidare i viandanti lungo il cammino.
Giano ci insegna che gennaio non è un mese per restare fermi sulla soglia, incerti su quale faccia ascoltare.
È il mese in cui dobbiamo accettare la nostra doppiezza: onorare ciò che abbiamo imparato dal passato, ma avere il coraggio di girare la chiave e varcare la soglia verso l’ignoto.
Gennaio è dunque il mese della visione totale. È l’unico momento dell’anno in cui ci è concesso, per un breve istante di consapevolezza, essere come il dio bifronte: interi, consapevoli del prima e pronti per il dopo. E chissà che, guardando bene tra le pieghe del freddo di questo mese, non riusciamo a scorgere anche noi quel sorriso saggio di chi sa che ogni fine non è altro che l’altra faccia di un inizio.
















