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di Beatrice Silenzi

Provate a fare questo esperimento: andate in un parchetto un sabato pomeriggio, chiudete gli occhi e gridate a pieni polmoni: «Sofia, scendi subito dall’altalena!» oppure «Leonardo, smettila di mangiare la sabbia!».
Con ogni probabilità, vedrete girarsi più di un bambino, seguito da un coro di genitori pronti a giurare che il nome del loro pargolo è stato scelto perché “particolare e poco diffuso”.

Cari genitori, abbiamo una notizia per voi: la statistica è una scienza implacabile e, a quanto pare, la vostra fantasia ha viaggiato sugli stessi binari di quella di mezza nazione.
Secondo gli ultimi dati Istat aggiornati a ottobre 2025, analizzati dal linguista Enzo Caffarelli sul portale Treccani, il podio delle culle italiane ha dei padroni assoluti: Sofia e Leonardo.

Ma cosa spinge una nazione intera a chiamare i propri figli allo stesso modo?
È solo moda o c’è sotto qualcosa di più profondo?
Partiamo dalle piccole “sagge”. Sofia non è solo un nome, è una dominazione globale. Di origine greca, significa “scienza, sapienza”, e sembra che il mondo intero ne abbia sete, dato che troneggia nelle classifiche di Europa e America nelle varianti Sophia e Sophie.

Subito dopo troviamo Aurora, un nome che brilla di luce propria: evoca l’alba, la mitologia latina e greca, ma diciamocelo, deve un bel pezzo del suo successo anche alla Disney e alla sua “Bella addormentata”. Seguono a ruota Ginevra, che ci riporta alle atmosfere cavalleresche di Re Artù, e Vittoria, che ha scalzato dal quinto posto la storica leader Giulia.

Se un tempo Maria regnava sovrana, oggi le famiglie italiane preferiscono nomi che evocano principesse, imperatrici (come Matilde di Canossa) o viaggiatrici incantate (Alice nel Paese delle Meraviglie).

Passando al versante maschile, Leonardo è il re indiscusso. Qui la faccenda si fa interessante: il linguista Caffarelli nota come il successo di Leonardo stia trascinando con sé una vera e propria “armata” di nomi con l’uscita in -ardo, come Edoardo e Riccardo.
È un ritorno alle invasioni barbariche? Non proprio. Sebbene l’origine sia spesso germanica, Leonardo porta con sé la forza del “Leone”, un richiamo classico che piace immensamente.
Ma la vera sorpresa tra i maschietti è il ritorno dell’epica pura. Se in passato i nomi dei profeti e degli apostoli erano una scelta obbligata, oggi i genitori italiani sembrano voler trasformare il nido in una piccola Troia o in una Roma imperiale. Si scatena Enea, l’eroe virgiliano, trascinando con sé Ascanio, Ettore e Achille.

E per chi preferisce la storia romana, ecco spuntare Cesare, Flavio e Adriano. Insomma, tra un cambio di pannolino e l’altro, sembra di stare leggendo l’Iliade.
Non mancano però le influenze internazionali e religiose.

I nomi ebraici restano un fenomeno solidissimo: Tommaso e Mattia sono ormai dei classici moderni, mentre i nomi che finiscono in -ele (da Elohim, uno dei nomi di Dio) come Gabriele, Samuele e Gioele continuano a popolare le classi delle scuole elementari.
Un capitolo a parte merita Noah: l’aggiunta di quella “h” finale lo ha reso improvvisamente cosmopolita e chic, liberandolo dall’immagine un po’ polverosa del Noè con l’Arca e gli animali al seguito.

E i “vecchi cari” nomi della tradizione? Resistono, ma con fatica. Nelle grandi città e tra le generazioni più giovani, nomi come Giuseppe, Antonio, Giovanni e Luigi stanno perdendo terreno, rimanendo però uno “zoccolo duro” nel Meridione e nei piccoli centri. Sono i nomi che resistono al declino senza bisogno di mode, custodi di una memoria familiare che non vuole svanire.

Come spiega Caffarelli, i nomi seguono cicli vitali: nascono, diventano onnipresenti fino a stancare, e poi si inabissano per decenni, pronti a tornare di moda quando i nonni di domani saranno diventati i bisnonni di dopodomani.
Quindi, se avete appena chiamato vostro figlio Leonardo, non preoccupatevi della mancanza di originalità: state solo contribuendo a scrivere un capitolo della storia linguistica d’Italia.