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di Beatrice Silenzi

Ogni tanto qualcuno si chiede: ancora festeggiamo San Valentino? Perché?
E nonostante meme, cinismo e single militanti, i ristoranti sono presi d’assalto ogni 14 febbraio, mentre l’umanità si ferma  a chiedersi: “Usciamo o facciamo finta di niente?”
Da dove arriva questa festa che ci mette emotivamente sotto esame una volta all’anno?
Spoiler: non nasce né da una scatola di cioccolatini né da un algoritmo di marketing, ma da un mix esplosivo di riti pagani, sangue romano, santi decapitati e bigliettini romantici. 

Prima di essere cuoricini e rose rosse, febbraio era un mese serio. Per i Romani rappresentava un tempo di purificazione e rinascita, in vista della primavera.
Si celebravano i Lupercali, riti pagani dedicati al dio Lupercus, protettore della fertilità.
I sacerdoti, detti Luperici, si recavano nella grotta dove – leggenda vuole – la Lupa avrebbe allattato Romolo e Remo.

Tra sacrifici rituali e spargimenti simbolici di sangue, nasceva anche una sorta di “riffa dell’amore”: un bambino estraeva i nomi di un uomo e di una donna, chiamati a vivere insieme per un anno.
Altro che dating app: il match era deciso dagli dei.
Con l’arrivo del Cristianesimo, però, l’entusiasmo per questi rituali diminuì drasticamente. Nel 496 d.C. Papa Gelasio I abolì i Lupercali e istituì, il 14 febbraio, il culto di San Valentino. Stesso periodo, messaggio completamente diverso: meno fertilità rituale, più amore “benedetto”.

Valentino era un vescovo di Terni, città di cui è ancora oggi patrono. Visse nel II secolo d.C., in un’epoca in cui essere cristiani non era esattamente consigliato per la salute. Secondo la tradizione, dedicò la vita alla sua comunità, finendo nel mirino delle persecuzioni.

Fu proclamato santo nel 197 d.C. da Papa San Feliciano e divenne patrono degli innamorati perché – si racconta – celebrò il matrimonio tra un legionario pagano e una giovane cristiana, sfidando le regole del tempo.
Poi c’è la versione più romantica: durante la prigionia avrebbe restituito la vista alla figlia cieca del suo carceriere, Asterius, e prima di essere decapitato le avrebbe scritto un biglietto firmato: “dal vostro Valentino”. 

Attorno a Valentino nascono racconti degni di una serie Netflix ante litteram.
La leggenda dei fiori racconta che il santo regalasse fiori ai giovani innamorati che attraversavano il suo giardino.
Da qui l’usanza – oggi economicamente impegnativa – del mazzo floreale.
Sabino e Serapia sono Romeo e Giulietta in versione ternana: lui pagano, lei cristiana, genitori contrari, una malattia fatale.

Valentino li battezza, li sposa e i due muoiono insieme. Amore eterno, ma con tempistiche discutibili.
Infine, la rosa della riconciliazione: due innamorati litigano, Valentino porge una rosa e prega per loro. Tornano tempo dopo per sposarsi. Morale: a volte serve meno parlare e più fiori.

Quindi perché lo festeggiamo ancora?

Perché San Valentino è una festa stratificata, un palinsesto di storie, riti, simboli e bisogni umani antichi: il desiderio di essere scelti, amati, riconosciuti.
È più commerciale, certo. Ma resta un giorno in cui, tra ironia e tenerezza, ci ricordiamo che l’amore – in tutte le sue forme – è una cosa abbastanza seria da meritare una data sul calendario.
E se proprio non lo festeggiate, tranquilli: anche questo, in fondo, è un atto d’amore. Verso voi stessi.