Sebbene nessuna donna lo desideri, l’inquietudine è spesso vista come una prerogativa dell’universo femminile. Sottoposto a una pressione costante tra impegni lavorativi, responsabilità familiari e l’incessante gestione mentale di ogni aspetto della vita quotidiana, il sesso femminile sperimenta livelli di preoccupazione e tensione decisamente superiori a quelli maschili.
Questa disparità nel carico di ansie e timori quotidiani è stata definita dai ricercatori “Worry Gap”, un fenomeno concreto e studiato, lontano dall’essere un semplice cliché.
L’esistenza di questo divario è supportata da evidenze concrete: lo stress e l’ansia gravano in misura maggiore sulle donne non per uno stereotipo, ma perché il contesto sociale le educa a sopportare carichi mentali più pesanti e si aspetta da loro performance sempre più elevate. Questo le espone a un serio rischio di esaurimento. Infatti, al di là dei fattori biologici come le peculiarità ormonali e la morfologia cerebrale, è la società a contribuire in modo determinante, caricando le donne di aspettative e pressioni che alimentano la loro preoccupazione.
A confermare che le donne tendono a essere più preoccupate non sono solo i luoghi comuni, ma la scienza stessa. Una ricerca condotta due anni fa dal Centro nazionale per la ricerca sociale del Regno Unito, ha rivelato che le donne hanno una probabilità doppia rispetto agli uomini di soffrire di preoccupazione acuta.
Questa tendenza è ulteriormente avvalorata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la quale sostiene che i disturbi d’ansia, così come la depressione, i disturbi alimentari e lo stress cronico, hanno un’incidenza maggiore nella popolazione femminile.
Il termine inglese “Worry Gap” sintetizza l’idea di un divario di preoccupazione tra i generi. La sua origine risiede nella quantità di compiti che le donne si trovano a gestire su più fronti (familiare, lavorativo, sociale).
Questa condizione le porta a vivere in uno stato di “prevenzione permanente”: una modalità mentale che non attende l’insorgere dei problemi, ma cerca costantemente di anticiparli e neutralizzarli prima che si manifestino.
Un simile stato di allerta prolungato, nel lungo periodo, è una fonte inesauribile di ansia. Le statistiche sono chiare: se circa il 20% della popolazione adulta sperimenta disturbi d’ansia nel corso della vita, per le donne il rischio sale fino al doppio.
Un livello di stress cronicamente elevato non ha solo conseguenze psicologiche, ma impatta pesantemente sulla salute fisica.
Lo stress può infatti contribuire all’insorgenza di malattie autoimmuni, specialmente nel sesso femminile.
Un’elevata tensione nervosa può indebolire le difese immunitarie, rendendo il corpo più esposto alle infezioni, ma può anche spingere il sistema immunitario ad attaccare i propri tessuti e organi, causando patologie autoimmuni o aggravandone i sintomi.
Secondo quanto riportato dalla Fondazione Umberto Veronesi, oggi in Italia più di 5 milioni di persone soffrono di queste malattie e ben quattro pazienti su cinque sono donne.
Ad alimentare questo divario di preoccupazione contribuisce in modo decisivo la pressione esercitata dalla nostra cultura, che educa le donne al ruolo di cura (non solo dei figli, ma anche dei familiari anziani e della gestione domestica).
A questo compito tradizionale, la società moderna ha aggiunto ulteriori pressioni: oltre all’accudimento, si sono sommate le aspettative professionali e le ambizioni di carriera.
La somma di questi carichi – casa, famiglia e lavoro – genera un sovraccarico di responsabilità che si traduce inevitabilmente in un maggior livello di preoccupazione.
Come colmare il “Worry Gap”?
Il primo passo è una ripartizione più equa dei compiti in famiglia e con il partner. È cruciale che entrambi i genitori si sentano ugualmente coinvolti e responsabili nella gestione dei figli – dalla salute alla scuola – superando i retaggi culturali.
Sul lavoro, è tempo di passare dalle parole ai fatti. Sono necessarie politiche di retribuzione eque e un accesso paritario alle posizioni di vertice. Allo stesso tempo, sono fondamentali azioni concrete di welfare aziendale che permettano una reale conciliazione tra impegni lavorativi e familiari, rappresentando un passo decisivo per il benessere di tutti.